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Pearl
Jam. Un ritorno contraddistinto già dalla semplicità della copertina e
del titolo scelto dalla band che rappresenta quel che è rimasto del
rivoluzionario sound grunge di Seattle. Un album omonimo che con un
flashback porta Eddie Vedder e soci al passato, addirittura fino a
Binaural.
Sono lontani anni luce i tempi di Riot Act, reazione a caldo di una
politica statounitense che dipingeva un paese come l'antitesi del grande
sogno americano.
Dimenticati i toni pacati del loro penultimo lavoro, i Pearl Jam si sono
messi al lavoro selezionando gli oltre quaranta brani creati nei tanti
concerti e messi a disposizione dei fans (solo alcuni che poi sono stati
inclusi nel nuovo disco) in anteprima già da tempo nella rete.
L'inizio è dei migliori con "Life Wasted" puro rock n' roll
con delle chitarre vintage stile Stones e affini con assoli che non ti
aspetti già dal primo brano. Si continua nel migliore dei modi con
"World Wide Suicide", primo brano della band in circolazione
su internet.
"Comatose" è un vero pugno nello stomaco con assoli frenetici
e chitarre impazzite che presentano un Mike McCready rigenerato che
ricorda i fasti di Alive soprattutto nel seguente brano, "Severed
Hand", dove l'incedere delle chitarre è spudoratamente Hendrixiano.
In "Marker In The Sand" si ha un lieve rallentamento con un
pezzo rock sempre molto piacevole mentre "Parachutes" sembra
quasi una ninna nanna, un bellissimo pezzo acustico marcatamente
beatlesiano cantato con estrema dolcezza.
Con "Unemployable" si ha l'impressione di ascoltare una cover
dei REM mentre "Big Wave" riprende il ritmo iniziale delle
prime tracce del disco per poi frenare e riadagiarsi con "Gone",
uno dei brani più belli del cd perchè dotato di un crescendo
introdotto da chitarre a tratti ipnotiche e psichedeliche che ricordano
leggermente ( per come è struttutata la canzone) "Light Years".
"Wasted Reprise" è un gioiellino patriottico a stelle e
strisce che sembra concesso dallo Springsteen attuale, mentre "Army
Reserve" sorprende per le chitarre in pieno stile Cure e un Eddie
Vedder quanto mai impeccabile.
Altro richiamo del disco ai REM è "Come Back" mentre si
chiude in bellezza con "Inside Job", brano che inizia quasi in
sordina per poi sfociare nel classico e piacevolissimo crescendo a cui
spesso siamo abituati anche in questo disco.
Un nuovo lavoro che rivela dei Pearl Jam rigenerati, dei Pearl Jam che
mostrano i muscoli dopo un disco come "Riot Act" che aveva
posto in discussione il ruolo della band tra i grandi sopravvissuti
della storia del rock.
sarà
il prestigioso traguardo degli anta che avrà ricaricato loro le pile,
ma mai quanto adesso sono orgoglioso di dire che i Pearl Jam sono ancora
i Pearl Jam.
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