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Maschera
Di Cera-Il Grande Labirinto 2003 Mellow Records Sito Internet: www.zuffantiprojects.com |
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di: Gabriele Desole |
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La Maschera di Cera è uno dei progetti portati avanti, non certo con parsimonia di idee e di inventiva, dal poliedrico Fabio Zuffanti (basso) già fondatore dei Finisterre, Hostsonaten, La Zona tanto per fare alcuni nomi. I suoi componenti oltre al già citato genovese sono Alessandro Corvaglia (voce), Agostino Macor (tastiere), Andrea Monetti (flauto). L’ album è concepito come un LP, diviso in due “facciate”, contenenti due lunghe suite (il viaggio nell’oceano capovolto) che sono l’elemento portante posto a fondamento di questo dedalo di sentieri musicali nel quale si incrociano varie influenze stilistiche. Inutile citare tutti i nomi che scorrono e vengono in mente durante il primo ascolto, tra i più blasonati i Jethro Tull ed i King Crimson per finire soprattutto su gruppi prettamente italiani quali Banco del Mutuo Soccorso, P.F.M. o Perigeo, per non parlare di altre bands attualmente in circolazione (vedi Mogway) in alcune arditezze post-rock. Grande attenzione è stata dedicata agli arrangiamenti e alla qualità della registrazione che si attestano su ottimi livelli. Inoltre basta dare un rapido ascolto per rendersi conto della varietà di strumenti a disposizione della band in studio; l’equilibrio raggiunto è ottimo nonostante la già ricordata massiccia presenza di strumentazione (organo hammond, mellotron400, vcs3, minimoog e quant’altro ben di Dio) e il tutto si amalgama alla perfezione con la più che buona prestazione alla voce di Corvaglia. Che percorsi musicali calpestano dunque questi Maschera di Cera? Difficile dirlo con esattezza. Siamo ben lontani però da territori musicali minimalisti a favore di un rock più ricercato ma non per questo meno compatto, e che non va tanto per il sottile come impatto sonoro complessivo. Il disco ha sicuramente quel piacevole gusto retrò volutamente e sapientemente ricercato ed è infarcito inoltre di alcune curiosità da ricercare. Ed un ascoltatore attento non può non rendersi conto di quelle che sono le premesse iniziali e l’essenza stessa del disco : “ho distrutto il senso delle cose” canta Corvaglia al contrario sopra le prime note. Quasi a voler sottolineare il fatto che per erigere qualcosa di nuovo bisogna prima “distruggere” ciò che in precedenza è stato meticolosamente costruito e innalzato nel corso degli anni, per poi lavorarci sopra . Un album che farà breccia dunque nel cuore degli appassionati della grande musica. Questo perché riesce a travalicare i confini del rock e dei suoi infiniti sottogeneri (coniati troppo spesso da chi è in malafede per intrappolare un artista) spazzandoli via d’un sol colpo attraverso una sperimentazione sempre genuina e consapevole e mai ridondante e manieristica. Il Grande Labirinto costringe l’ascoltatore a trovare tra i molteplici e infiniti percorsi la sua personale via d’uscita senza suggerirne alcuna. E non è detto (tra l’altro) che ve ne sia una. Questo lo potrà dire solo il tempo e l’ascoltatore attento al quale l’album è indirizzato. Il mio personale consiglio è di munirvi del Filo d’Arianna prima di addentrarvi al suo interno, riuscirete perlomeno a ritornare indietro e imboccare un percorso d’ascolto alternativo. Un disco che merita in pieno svariati e ripetuti ascolti e la promozione - se ancora non lo si fosse capito - a pieni voti. Che altro aggiungere? Per una volta ancora anziché rivolgerci a porcospini e teatrini ambulanti d’oltralpe, guardare in casa nostra non guasterebbe. Ma si sa, l’erba del vicino appare sempre più verde. |
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