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Erano
i tempi del Liceo, i tempi in cui ancora imperversava il vinile e dei
compact disc si parlava come qualcosa di estremamente futuristico.
Erano gli anni in cui i PREFAB SPROUT si impossessarono dei nostri cuori
per non lasciarli mai più.
Ed è proprio di poco successivo a “STEVE McQUEEN” il primo lavoro
di questo sconosciuto menestrello del popwriting inglese che risponde al
nome di Martin Stephenson.
Il suo primo disco co-firmato con i fidi “Daintees” si chiamava
“BOAT TO BOLIVIA” e racchiudeva una manciata di canzoni a metà tra
pop, folk, country e blues come di chi vive ad Abbey Road sognando di
stare sul delta del Mississippi.
Da quei nostalgici giorni sono trascorsi la bellezza di diciotto anni,
ma Martin in tutto questo tempo non e’ stato li a rigirarsi i pollici.
Del resto lui una scelta l’aveva fatta e a quella scelta non si è mai
tirato indietro. Martin ha scelto di fare il folk-singer e non
l’impiegato di una fottutissima banca con tanto di cravatta e
occhialino. Martin ha scelto la chitarra e il blues alla penna
stilografica o alla tastiera di un computer. Ha scelto di scendere tra
la gente a cantare la sua gioia venata di malinconia ( beh altrimenti
che folk-singer sarebbe?) tinteggiandola di arancione.
“COLLECTVE FORCE” non presenta un Martin Stephenson cambiato nel
tempo ma tutt’altro.
Il tempo non ha cambiato il suo marchio di fabbrica. Non ha cambiato il
suo modo di intendere la musica. Non ha cambiato nulla ad eccezione dei
marchi delle label sui suoi dischi, in primis “Kitchenware”
poi “Demon” passando per qualche incisione estremamente lo-fi tra le
pareti di casa fino ad arrivare a questa autoproduzione marchiata
“Force cd”.
Il resto è tutto uguale. Semplicemente roots come lo è sempre stato.
Mancano i fidi “Daintees”, ma quello già da un bel po’, il resto
c’è tutto , tutto in ordine come ai vecchi tempi a tal punto che mi
viene voglia di tirar fuori i vecchi libri di Latino e Greco.
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